Il Sacco di Roma

Gli storici più noti tra i quali Tito Livio, Plutarco e Diodoro Siculo, ci narrano di come il sacco di Roma del 390 a.C., messo in atto dai Galli Senoni guidati dal potente Re Brenno, rappresenti uno degli eventi più nefasti  della millenaria storia della capitale italiana. Il sacco di Roma fu un evento così traumatico tanto da passare agli annali come “Clades Gallica” ossia “sconfitta gallica”.

Il Sacco di Roma

Il Sacco di Roma

Il Sacco di Roma, contesto storico:

Il Sacco di Roma avvenne il 18 luglio del 390 a.C., ma questo avvenimento venne anticipato dai tentativi romani di fermare l’avanzata gallica partita da Senigallia, capitale dei Senoni. Questi tentativi si risolsero  presso la confluenza del Tevere con il fiume Allia, conosciuto oggi  col nome di “Fosso della Bettina”, un corso d’acqua situato a 18 chilometri lungo la Salaria. La battaglia, passata alla storia come “battaglia del fiume Allia” vide la schiacciante vittoria dei Galli, non solo, ma da quel momento in poi la data di quella sconfitta prese il nome di “dies Alliensis”, diventando sinonimo di sciagura e  registrato nei calendari imperiali come dies nefastus (giorno infausto).  Tito Livio ci racconta che i romani superstiti si ritirarono in ordine sparso entro le mura di Roma, dimenticando però in quegli attimi concitati, di serrare le porte d’accesso, permettendo così alle armate celtiche di penetrare facilmente e di mettere a ferro e fuoco l’intera città. Tra i tanti edifici dati alle fiamme rientrò anche l’archivio di stato,  cosicché tutti gli avvenimenti antecedenti la battaglia risultano in gran parte leggendari e di difficile ricostruzione. In questo contesto di caos e distruzione emerge la figura leggendaria di Lucio Albinio, un semplice plebeo, che diede aiuto alle vergini vestali permettendo la loro fuga verso la città alleata di Cere. Durante il loro saccheggio i Galli entrarono anche in Senato, dove  trovarono tutti i Senatori seduti compostamente ciascuno al proprio posto, e qui la leggenda ci racconta di come un guerriero celtico tirò la barba a Marco Papirio uno dei più anziani, ricevendo per tutta risposta un colpo dato con lo scettro eburneo, il gallo però reagì e i Senatori vennero tutti massacrati. In quella Roma messa in ginocchio solo la rocca del Campidoglio resistette strenuamente e per questo venne subito assediata, ma non da tutto l’esercito gallico, solo da una parte di esso, l’altra metà venne inviata a razziare le campagne vicine. La notizia del sacco di Roma e della devastazione delle campagne vicine raggiungeva nel frattempo la città di Ardea i cui abitanti decisero di affidare il destino dei propri soldati a Marco Furio Camillo.

Marco Furio Camillo, già censore e grande condottiero, celebrò quattro volte il trionfo e per ben cinque volte venne proclamato dittatore, guadagnandosi il titolo di “Pater Patriae”, secondo fondatore di Roma. Camillo si trovava ad Ardea in esilio volontario dall’anno precedente, accusato dai romani per motivi ancora oggi non del tutto chiari. Il generale uscito alla guida degli ardeatini, organizzò con successo un imboscata ai galli intenti a devastare le campagne, infliggendo gravi perdite. Allo stesso modo anche i romani che trovarono rifugio a Veio, si riorganizzarono sconfiggendo in un paio di occasioni contingenti etruschi che con la confusione di quel periodo cercavano di approfittare della situazione. Mentre l’assedio al campidoglio proseguiva, da Veio si pensò di inviare un messaggio a Roma, invitando quel che rimaneva del Senato a nominare Furio Camillo dittatore. Ponzio Comino partì quindi alla volta di Roma e riuscendo ad eludere la sorveglianza dei galli consegnò il suo messaggio. Roma accettò la proposta e Furio Camillo venne per la seconda volta nominato dittatore, ma il passaggio di Ponzio, secondo la leggenda non passò del tutto inosservato, alcuni guerrieri infatti notarono il suo passaggio e suggerirono agli altri la possibile via per irrompere sul Campidoglio. L’episodio è celebre e ci racconta di come le oche, sacre a Giunone, durante la notte iniziarono a starnazzare udendo il rumore dei galli che cercavano di scalare la rocca, permettendo al console Marco Manlio di destarsi dal sonno e di organizzare le difese. Mentre Furio Camillo continuava i preparativi per la battaglia, Roma, ormai stremata, trovò un accordo con i galli che erano stati colpiti da una grave epidemia. Dopo varie discussioni il Re dei Galli, Brenno, e il console romano Quinto Sulpicio Longo, trovarono un punto d’incontro secondo il quale i galli si impegnavano a ritirarsi senza portare altre distruzioni, in cambio di 1.000 libbre di oro puro. Anche in questo frangente i fatti si arricchiscono di famosi episodi leggendari, come quello della bilancia truccata da parte dei Galli per ottenere più oro, con Brenno che fa pesare anche la sua spada in segno di spregio, urlando: “Vae victis!” (“Guai ai vinti!”). Nel racconto di Tito Livio troviamo anche di come Camillo, giunto nel frattempo a Roma, si oppose a tale conclusione, pronunciando la famosa frase: ” Non auro, sed ferro, recuperanda est patria!” (Non con l’oro si difende l’onore della patria, bensì col ferro delle armi!). I Galli del tutto sorpresi da tali avvenimenti vennero battuti in due battaglie campali, la seconda avvenuta lungo la via Gabinia, a seguito delle quali vennero completamente annientati. Tuttavia studi più recenti porterebbero a dimostrare di come i Senoni si fossero ritirati per fronteggiare la minaccia portata ai loro territori dai Veneti. Furio Camillo ottenne per questo successo il trionfo.

Il Sacco di Roma

Il Sacco di Roma

Il Sacco di Roma, conseguenze:

La tradizione ci racconta di come i galli in ritirata vennero attaccati anche dagli abitanti di Cere, e depredati del loro bottino di guerra. Roma tuttavia rimaneva una città in ginocchio, e  il suo prestigio momentaneamente compromesso, i Latini infatti, approfittando dello sbandamento tornarono a farsi minacciosi, portando la plebe a chiedere di trasferire quel che rimaneva della città a Veio, già espugnata dagli stessi romani alcuni anni prima, ma in quel momento più sicura, Marco Furio Camillo però si oppose. Con le riserve auree praticamente azzerate la plebe poteva ora imporre leggi a proprio vantaggio e la cerchia delle antiche mura Serviane venne potenziata con nuovi lavori che si conclusero solo nel 378 a.C..

Anche in questa occasione i romani impararono dalle proprie sconfitte, dopo questo faccia a faccia ravvicinato con i galli, le armate di Roma  potrebbero aver adottato un nuovo tipo di elmo, chiamato Montefortino dal nome di una necropoli nei pressi di Ancona, che venne utilizzato fino a tutto il I sec. a.C., uno scudo rinforzato con bordi di ferro ed un giavellotto (il famoso pilum) tale, da conficcarsi e piegarsi negli scudi avversari, rendendoli inutilizzabili per il prosieguo della battaglia.  Plutarco racconta, infatti, che 13 anni dopo la nefasta battaglia del fiume Allia, in un successivo scontro con i Galli, i Romani riuscirono a battere le armate celtiche, e ne fermarono una nuova invasione: vediamo come:

« […] Camillo portò i suoi soldati giù nella pianura e li schierò a battaglia in gran numero con grande fiducia, e come i barbari li videro, non più timidi o pochi in numero, come invece si aspettavano. Per cominciare, ciò mandò in frantumi la fiducia dei Galli, i quali credevano di essere loro ad attaccare per primi. Poi i velites attaccarono, costringendo i Galli ad entrare in azione, prima che avessero preso posizione con lo schieramento abituale, al contrario schierandosi per tribù, e quindi costretti a combattere a caso e nel disordine più totale. Quando infine Camillo condusse i suoi soldati all’attacco, il nemico sollevò le proprie spade in alto e si precipitò all’attacco. Ma i Romani lanciarono i giavellotti contro di loro, ricevendo i colpi [dei Galli] sulle parti dello scudo che erano protette dal ferro, che ora ricopriva gli spigoli, fatti di metallo dolce e temperato debolmente, tanto che le loro spade si piegarono in due; mentre i loro scudi furono perforati e appesantiti dai giavellotti [romani]. I Galli allora abbandonarono effettivamente le proprie armi e cercarono di strapparle al nemico, tentando di deviare i giavellotti afferrandoli con le mani. Ma i Romani, vedendoli così disarmati, misero subito mano alle spade, e ci fu una grande strage dei Galli che si trovavano in prima linea, mentre gli altri fuggirono ovunque nella pianura; le cime delle colline e dei luoghi più elevati erano stati occupati in precedenza da Camillo, e i Galli sapevano che il loro accampamento poteva essere facilmente preso, dal momento che, nella loro arroganza, avevano trascurato di fortificarlo. Questa battaglia, dicono, fu combattuta tredici anni dopo la presa di Roma, e produsse nei Romani una sensazione di fiducia verso i Galli. Essi avevano potentemente temuto questi barbari, che li avevano conquistati in un primo momento, più che altro credevano che ciò fosse accaduto in conseguenza di una straordinaria disgrazia, piuttosto che al valore dei loro conquistatori. »

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