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Assedio e caduta di Gerusalemme

L’assedio e la caduta di Gerusalemme, avvenuta nel 70 d.C., fu l’episodio decisivo della prima guerra giudaica, anche se va comunque ricordato che il conflitto vero e proprio terminerà quattro anni più tardi con la conquista da parte romana della rocca di Masada.

Assedio e caduta di Gerusalemme
Assedio e caduta di Gerusalemme

Assedio e caduta di Gerusalemme, la storia:

L’assedio di Gerusalemme iniziò nel 70 d.C., quando le quattro legioni a disposizione di Tito, figlio dell’Imperatore Vespasiano, circondarono la città andando ad occupare il monte degli ulivi da una parte, con la Legio X Fretensis, e dal lato orientale la XII Fulminata, la V Macedonica e la XV Apollinaris, avevano già da qualche tempo posto i loro accampamenti. La strategia di Tito consisteva nel ridurre drasticamente le scorte di cibo e acqua alla città assediata, permettendo ai soli pellegrini in visita al tempio l’entrata, negandone poi l’uscita nel qual caso avessero deciso di continuare il loro cammino verso l’interno di Gerusalemme. I romani per completare l’assedio costruirono, oltre ad un vasto accampamento, anche tredici forti attorno alla città, ben armati e collegati fra di loro. L’assedio fu tanto duro per gli assediati quanto per chi assediava, le fonti d’acqua erano infatti lontane e molti romani disertarono per la mancanza di risorse e per l’assedio eccessivamente logorante. Lo stesso Tito in una delle tante sortite nemiche, venne colpito gravemente ad una spalla con una pietra, tanto che ebbe continui problemi all’articolazione per il resto della sua vita.

L’ASSALTO ROMANO ALLA PRIMA CERCHIA DI MURA:

Dopo quattro giorni di duro lavoro, interrotto dalle continue sortite nemiche che impegnavano notevolmente i romani, gli uomini di Tito riuscirono a spianare il terreno fin sotto le mura della città. Non volendo mettere a rischio le proprie salmerie, Tito decise di schierare le sue forze sul lato Occidentale e Settentrionale, lasciando comunque la X Fretensis sempre a guardia del monte degli ulivi, dopo di che con una scorta di cavalieri scelti, costeggiò il perimetro della città per individuare il punto più adatto per sferrare l’attacco. Il comandante romano individuò nelle basse mura nei pressi della tomba del sommo sacerdote Giovanni, il punto dove concentrare gli sforzi dei suoi uomini, una volta penetrati in città, sarebbe stato più agevole andare all’assalto della terza cinta muraria a guardia del santuario, poichè la seconda cinta muraria non intersecava in quel tratto. Tito pertanto diede immediatamente ordine di devastare il territorio circostante e di raccogliere tutto il legname possibile per la costruzione di terrapieni, divise poi l’esercito in tre parti e negli intervalli fra i numerosi terrapieni schierò lanciatori di giavellotto e arcieri. Nel frattempo all’interno di Gerusalemme le varie fazioni storicamente in lotta fra loro, trovarono una tregua per difendere congiuntamente la città con l’aiuto di alcuni disertori romani che li avrebbero aiutati nell’uso di alcuni pezzi di artiglieria precedentemente sottratti agli assedianti in una delle numerose sortite. L’assalto romano iniziò con il lancio di proiettili di artiglieria, in particolare la X Fretensis  aveva in dotazione baliste più robuste e in grado di provocare maggiori danni, dal canto loro, i difensori di Gerusalemme dall’alto delle loro mura, erano in grado di scagliare pietre del peso di 33 kg a una distanza di circa 370 metri, altri gruppi invece preferirono piccole sortite di disturbo. I proiettili in pietra bianca lanciati dai romani erano ben visibili dalle sentinelle giudee che prontamente avvisavano dell’arrivo dell’ordigno dando la possibilità ai compagni di mettersi in fuga ed evitare danni, almeno fino a quando i romani non se ne accorsero iniziando a dipingere i propri proiettili di nero, rendendoli poco visibili e di conseguenza più efficaci. Innalzati non senza difficoltà i terrapieni, Tito dispose l’avvincinamento alle mura delle torri, protette dal lancio fitto dell’artiglieria. La battaglia divampò con ferocia, i Giudei inizarono a scagliare numerosi proiettili incendiari verso le macchine d’assedio, i più audaci uscirono da una piccola porta nascosta tentando di appiccare personalmente il fuoco, i caduti si moltiplicarono su entrambi i fronti, ma il furore giudeo ebbe il sopravvento e il fuoco iniziò a divampare, e le macchine d’assedio romane non andarono completamente distrutte per il diretto intervento di Tito con i più forti reparti di cavalleria. Nonostante questo effimero successo non era sfuggito ai romani che l’atezza delle mura rappresentava per gli assediati uno svantaggio, mettendoli bene in vista per il lancio dei loro arcieri, ma soprattutto una delle arieti romane era riuscita a creare una breccia nelle mura. I giudei si ritirarono quindi verso la seconda cinta muraria, dando la possibilità ai romani di allargare la breccia e irrompere in Gerusalemme.

La fortezza Antonia
La fortezza Antonia
ASSALTO ALLA SECONDA CINTA MURARIA:

Tito non perse tempo e trasferì il suo campo all’interno della cinta muraria appena conquistata, per poi lanciarsi all’assalto del secondo anello difensivo. I combattimenti tornarono ad essere violentissimi, e sia giudei che romani lottavano con grande accanimento, i primi per difendere la loro città e per compiacere i propri comandanti, i secondi invece per l’innata attitudine alla guerra e all’ottenimento della vittoria finale, ma soprattutto anche per il fatto che Tito era sempre al loro fianco. Anche le notti passavano insonni per entrambi gli schieramenti che temevano sortite e incursioni nemiche, e ai primi chiarori del giorno tutti i soldati impugnavano le armi pronti a riprendere gli scontri. Nonostante l’avanzata romana venne rallentata da alcuni espedienti messi in atto dai Giudei, con grande disappunto del generale romano,  Tito ordinò di rimettere in azione le torri d’assedio con maggiore violenza. Cinque giorni dopo le armate romane occuparono anche la seconda cinta muraria, irrompendo all’interno con circa 1.000 uomini. I romani si ritrovarono quindi all’interno della città più nuova caratterizzata da strette vie e dalla presenza di alcuni mercati e delle officine dei fabbri. Fu a quel punto che Tito ordinò che nessun prigioniero venisse ucciso o che nessuna abitazione venisse data alle fiamme, poichè egli teneva all’integrità di Gerusalemme, così il popolo, nonostante vedesse in lui un nemico, iniziò a vedere in Tito una inaspettata clemenza, mentre la fazione ribelle arroccata sulle proprie posizioni minacciò di morte tutta la popolazione che appariva più incline alla resa, per poi gettarsi con violenza sulle armate romane. Ancora una volta Tito evitò che i suoi uomini venissero sopraffatti per le strette vie della città, posizionando reparti di arcieri in punti strategici che coprirono la ritirata romana, ritirata  che ridiede nuovo slancio agli assediati. Anche in questa occasione il successo giudaico fu di breve durata, i romani infatti, tutt’altro che dimessi, non mollarono la presa e dopo altri quattro giorni di combattimenti serrati presero il controllo della seconda cinta muraria, che Tito fece poi prontamente abbattere, almeno nella parte più orientale. Successivamente  dopo aver posto dei presidi, il futuro Imperatore iniziò a studiare un metodo per dare l’assalto alla terza ed ultima cinta muraria a difesa del cuore di Gerusalemme.

ASSALTO ALLA TERZA CINTA MURARIA:

Dopo un breve periodo di tregua voluto da Tito per dare modo agli abitanti di Gerusalemme di riflettere se non fosse stato meglio arrendersi alla forza di Roma piuttosto che continuare a combattere, le ostilità ripresero a causa della fazione dei ribelli interni alla città che proseguirono con ritorsioni e minacce verso quell’ala della popolazione più incline a scendere a patti con i romani. Mentre i lavori nella costruzione dei terrapieni proseguivano intensamente, arrivarono altre buone notizie per Tito in quanto Antioco Epifane , figlio di Antioco IV di Commagene, alleato di Roma, raggiunse gli accampamenti romani alla guida di un forte contingente di fanti armati “alla macedone” per dare man forte. I quattro terrapieni innalzati per l’ assedio dell’ultima cinta muraria furono qualcosa di epocale, la prima opera colossale venne innalzata dalla Legio V Macedonica e venne accostata alle pareti della fortezza Antonia, luogo dove risiedeva il governatore romano della Giudea quando si trovava a Gerusalemme, anche gli altri terrapieni vennero innalzati nelle vicinanze a parte quello della X Fretensis, posizionato sul lato settentrionale. Gli scaltri giudei guidati da Giovanni nel frattempo scavarono un tunnel proprio sotto la fortezza Antonia fino ad arrivare giusto sotto le opere d’assedio dei romani, puntellandolo con dei pali di legno che a lavoro terminato vennero dati alle fiamme. Una volta consumati i pali la galleria implose, facendo crollare con grande fragore l’imponente terrapieno. Il crollo fece si che il fuoco attecchì anche alle altre vicine macchine d’assedio provocando un vasto incendio e spegnendo le speranze romane di conquistare una città che già credevano di avere in pugno. Nei giorni seguenti i giudei continuarono le opere di sabotaggio con successo, anche gli altri terrapieni con azioni audaci vennero gravemente danneggiati col fuoco, e tutte le volte che i romani accorrevano per domare le fiamme, venivano regolarmente bersagliati dai proiettili lanciati dalle mura. I romani ripresero il controllo della situazione quando lo stesso Tito si ripresentò al fianco dei soldati dopo aver ordinato la ricostruzione dei terrapieni andati distrutti. Il generale romano contrattaccò violentemente con i suoi reparti scelti di cavalleria, le fonti ci tramandano che la battaglia fu talmente cruenta che alte nubi di polvere si levarono, rendendo indistinguibili i reparti amici da quelli nemici, anche il clamore delle grida e delle armi fu talmente forte che i soldati faticavano a capire gli ordini impartiti. Alla fine la presenza nelle prime file dello stesso Tito che si batteva con grande coraggio, fu determinante per i romani che costrinsero alla ritirata i giudei.

Portico meridionale esterno del tempio
Assedio e caduta di Gerusalemme, portico meridionale esterno del tempio
COSTRUZIONE DI UN VALLO ATTORNO ALLA CITTA’ E CADUTA DELLA FORTEZZA ANTONIA:

I romani decisero che era il momento di stringere i tempi, Tito dopo aver convocato i suoi generali decise di mettere in campo tutte le forze a disposizione contemporaneamente. Alla fine prevalse la scelta di alcuni comandanti più prudenti che promossero la costruzione di un lungo vallo che avrebbe circondato la città, stringendo ancora di più l’assedio, senza permettere agli assediati di organizzare le pericolose sortite offensive che tanti problemi stavano creando. Tito che voleva concludere le operazioni nel più breve tempo possibile, teneva allo stesso tempo, molto alla sicurezza dei propri soldati e così diede inizio al progetto. L’animosità con la quale i soldati si misero al lavoro, ansiosi anche loro di mettere la parola fine a quel lungo assedio,  lascia ancora oggi esterefatti, basti pensare che il vallo, lungo 7,2 km e i 13 fortini costruiti verso l’esterno, ad intervalli regolari, furono terminati in appena tre giorni! Ai giudei veniva così preclusa ogni via di fuga e di salvezza, e i morsi della fame si facevano sempre più forti iniziando a mietere le prime vittime. La fazione ribelle interna alla città continuava invece a razziare le case e a depredare persino i cadaveri, fino a quando per il grande numero di questi ultimi e per il grande fetore che emanavano, li costrinsero a gettarne le salme nei burroni fuori dalle mura. Viceversa il morale dei romani era tornato altissimo, e in diversi casi gli stessi legionari facevano bella mostra dei viveri a loro disposizione, lasciando nella disperazione gli abitanti di Gerusalemme, sempre più in ostaggio della fazione ribelle. Tito vedendo che nonostante tutto Gerusalemme non era intenzionata a cedere, ordinò di costruire nuovi terrapieni, costringendo i soldati a marciare per almeno 15 km per trovare il legname necessario che nei dintorni della città era esaurito. Così, mentre i romani costruivano nuovi terrapieni, che riuscirono a completare in circa tre settimane, la situazione dentro Gerusalemme si faceva sempre più pesante, e la moltitudine di cadaveri ammucchiati un pò ovunque iniziava a creare i presupposti per un’epidemia. La fazione dei ribelli guidati da Giovanni, lontani dall’arrendersi, iniziarono a rinforzare le difese della fortezza Antonia, in particolare sul versante che si accostava alle mura da dove i romani erano intenzionati a dare l’assalto. Con grande audacia i giudei tentarono ancora una volta di incendiare le strutture, ma questa volta si trovarono di fronte un muro di soldati pronti alla morte piuttosto che abbandonare la loro posizione, consci soprattuto del fatto che se quei terrapieni fossero bruciati, sarebbero svanite tutte le possibiltà di conquistare Gerusalemme, in quanto tutti gli alberi, che fornivano legname per le strutture, attorno alla città per chiolmetri erano già stati abbattuti, trasformando ormai quel luogo in una landa desolata. Nonostante il fitto lancio di pietre che piovevano dall’alto della fortezza Antonia, i legionari riuscirono a posizionare le torri e gli arieti alla base delle possenti mura, e per tutto il giorno si  moltiplicarono i colpi, senza apperentemente creare grossi danni. La notte pose fine ai combattimenti, ma proprio quando tutto sembrava finito, una parte delle mura rovinò grazie ai danni provocati a 4 grossi blocchi posti alla base, ma soprattutto per le gallerie scavate dai ribelli per far crollare i terrapieni.

Tito valutò che era il momento opprtuno per affondare il colpo ed esortò i soldati a scalare quelle macerie per avventarsi sulla fortezza. L’assalto si rivelò ben più difficile del previsto, i ribelli infatti non si demoralizzarono dando filo da torcere ai legionari. Dopo due giorni di tentativi segnati da atti eroici di singoli personaggi che tentarono di coprirsi di gloria, fu un manipolo di una ventina di legionari della V Macedonica ad avere successo, infatti con un’incursione nel corso della notte scalarono le rovine delle mura, e uccisero le sentinelle, mettendo in fuga altri ribelli che credevano di essere vittime di un attacco in massa dei romani, ignorando il fatto che era solo un manipolo di soldati che era penetrato. Una volta all’interno i legionari fecero squillare una tromba, dando il segnale ai compagni, e Tito per primo esortò tutti a precipitarsi all’interno della fortezza. Proprio in quel frangente si scatenò una battaglia furibonda, il gruppo dei ribelli pur trovandosi separato in due tronconi, cercava in ogni modo di sbarrare tutti i  passaggi, la mischia che si venne a creare in quegli stretti spazi fu tremenda, e grande fu la strage da entrambe le parti. Le forze romane alla fine si accontentarono di aver occupato la fortezza, e i giudei furono felici di non aver capitolato, ma c’era una differenza sostanziale: i giudei avevano impiegato praticamente tutti gli uomini a disposizione, mentre solo alcuni reparti di legionari erano entrati in azione, visto che non tutti erano riusciti a scalare le mura in rovina della fortezza.

Il lato sud dell'antico tempio di Gerusalemme
Il lato sud dell’antico tempio di Gerusalemme
ASSEDIO E CADUTA DI GERUSALEMME: ASSALTO E DISTRUZIONE DEL TEMPIO:

Il generale Tito aveva ormai intuito che non c’era nessun modo di trattare la resa con i ribelli, che erano chiaramente più predisposti a radere al suolo l’intera Gerusalemme piuttosto che cadere in mano romana, ragion per cui riprese con vigore le operazioni belliche. Impossibilitato dalle strade anguste e tortuose di schierare tutte le forze a sua disposizione, Tito scelse da ciascuna centuria i 30 uomini più valorosi, e alle dipendenze del “legatus legionis” della V Macedonica, Sesto Ceriale, vennero incaricati di assaltare le sentinelle nel cuore della notte. Anche Tito si armò intenzionato a far parte di quel manipolo di valorosi, ma i suoi più fidati collaboratori lo convinsero a desistere, sostenendo che ci sarebbe stato più bisogno di lui in seguito per ottenere la vittoria finale. I soldati romani quindi si lanciarono all’offensiva, ma con loro grande sorpresa non trovarono le sentinelle addormentate, bensì già pronte allo scontro, non solo, la grande confusione generata richiamò tutto il grosso dell’esercito giudeo, provocando una violentissima battaglia. Nella totale oscurità della notte, la calca che si venne a creare divenne grottesca, molti soldati menavano fendenti senza realmente capire chi stavano colpendo, e in moltissimi casi ferirono o uccisero i loro stessi compagni, un danno che investì in modo più limitato i romani che attaccavano in modo più ordinato, spalla a spalla, e conoscevano le parole d’ordine, viceversa i giudei che attaccavano a ondate in modo più sconclusionato ne uscirono fortemente danneggiati. Lo scontro si protrasse fino a giorno inoltrato e terminò senza vincitori ne vinti. Nel frattempo il resto dei legionari non impegnati nella battaglia, provvidero a spianare la fortezza Antonia, demolendone le fondamenta e creando una grande spianata per formare un’ampia via d’accesso al tempio. Nei giorni che seguirono i Giudei, vedendo che i romani stavano raggiungendo il tempio, ne bruciarono intenzionalmente  un lato del portico, abbattendone in seguito una porzione di circa nove metri, e incendiando i luoghi sacri. Dal canto loro, i romani, appiccarono le fiamme anche sull’altro lato del portico, costringendo i giudei a far saltare il tetto troncando di fatto il collegamento con la fortezza Antonia, il tutto mentre attorno al tempio divampavano i combattimenti. La ferocia degli scontri raggiunse livelli altissimi, e i caduti sia giudei che romani si moltiplicavano, quando gli uomini di Tito realizzarono che gli arieti accostati alle mura del tempio non producevano risultati soddisfacenti, iniziarono a dare l’assalto alla struttura con delle semplici scale affidandosi ai combattimenti corpo a corpo. I giudei però tenevano saldamente la posizione, e nonostante i romani giunti con le insegne sulla sommità combattessero con valore nel tentativo di conquistare le mura, vennero totalmente sopraffatti. A quella vista il generale Tito, non sopportando più che i suoi soldati continuassero a morire per conquistare un tempio straniero, ordinò infine che si appiccasse il fuoco alle porte. Questo gesto spense l’ardore e il coraggio dei giudei che rimasero impietriti innanzi a quella catastrofe, viceversa i romani continuavano ad imperversare, appiccando il fuoco al tempio anche sugli altri lati dei portici. La battaglia finale era alle porte, Tito dispose di spegnere gli incendi così da facilitare l’assalto delle sue truppe verso la parte più alta del tempio dove le forze giudee erano ormai asserragliate. Dopo un periodo di indecisione l’assalto partì, e per qualche giorno gli esiti furono incerti, con assalti ora più favorevoli ai romani, ora più a vantaggio dei giudei, fino a quando il 10 di luglio del 70 a.C., un incendio venne causato proprio dai giudei, che colsero l’occasione per attaccare le legioni che tentavano di spegnere la fiamme, ancora una volta la battaglia fu aspra e il furore del combattimento pervase a tal punto i soldati che li rese sordi persino agli ordini che Tito cercava in ogni modo di impartire. Il generale romano infatti era fermamente intenzionato a preservare quel che rimaneva del tempio, il cui interno non era ancora stato danneggiato, richiamando ogni uomo affinchè non si fosse lasciato trasportare dalla foga e al danneggiamento, minacciandoli persino di severe punizioni. Purtroppo però la confusione era tale che ogni appello o minaccia cadde nel vuoto, intorno agli altari ormai si accumulavano i cadaveri, e dalle scalinate del tempio scorrevano fiumi di sangue e corpi esanimi di chi era stato calpestato nella tremenda calca. L’odio cieco che i romani nutrivano per i giudei e le grandi sofferenze provocate da quel lungo assedio ebbero la meglio, le fiamme grazie ad alcuni alcuni tizzioni ardenti, divamparono anche all’interno del tempio divorando ogni cosa, e nel caos che si venne ancor più a creare, i romani depredarono tutto quello che poterono, calpestando e uccidendo chiunque si presentasse loro innanzi, che fosse un anziano o un bambino, nessuno faceva eccezione.

ASSEDIO E CADUTA DI GERUSALEMME, CONCLUSIONI:

Dopo la carneficina, un manipolo di giudei riuscì comunque a farsi largo e a fuggire verso la città bassa, mentre i romani si portarono con le insegne nel grande piazzale antistante il tempio, celebrando un sacrificio e acclamando Tito “Imperator”. Il bottino sottratto dai legionari di Roma fu immenso, basti pensare che l’oro di tutta la Siria, dopo questi eventi, venne deprezzato quasi della metà. I sacerdoti del tempio rimasti in vita, e vinti anche dalla carestia,  chiesero clemenza a Tito che risparmiasse loro la vita, ma il futuro Imperatore, sostenendo che quel momento era ormai trascorso, non si lasciò impietosire e li mise tutti a morte. Per quanto riguarda invece i capi dei ribelli, ormai consapevoli di aver perso la città, chiesero udienza a Tito, sperando nel suo perdono. Tito che voleva ancora salvare ciò che restava della città, li ascoltò. Le trattative presero però eventi inattesi, i ribelli infatti si rivolsero al generale romano più come vincitori che non vinti, rifiutandosi di accettare le condizioni imposte dai romani, che a conseguenza di ciò misero da parte ogni clemenza e respinsero i ribelli dalla città bassa per poi mettere a sacco l’intera città. La resistenza giudea fu tutt’altro che debole e i romani dovettero impegnarsi ancora per giorni prima di averne definitivamente ragione, venne ucciso casa per casa chiunque fosse in possesso di un’arma, ma anche donne, bambini, anziani non furono risparmiati, i più giovani e di bell’aspetto invece vennero catturati e ammassati nel tempio, alcuni vennero scelti per prendere parte al trionfo per le vie di Roma, altri vennero venduti o come schiavi o alle scuole gladiatorie, nei giorni che trascorsero in attesa della loro sorte, morirono di fame circa 11.000 prigionieri. Tito infine dispose di radere al suolo l’intera città preservando solo le torri più alte a testimonianza della sua vittoria. Gerusalemme venne espugnata e distrutta il 1 settembre del 70 d.C., nel secondo anno di regno dell’Imperatore Vespasiano.

 

 

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