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La Spada di Roma

Console per cinque volte, politico e grande militare , Marco Claudio Marcello, soprannominato la spada di Roma,  si guadagnò sul campo questo appellativo per aver guidato la riscossa romana dopo la devastante sconfitta di Canne per opera dei cartaginesi di Annibale, durante la seconda guerra punica. Non solo, il suo valore negli anni precedenti, lo portò a militare durante la battaglia di Clastidium nel 222 a.C., contro i Galli Insubri, durante la quale si disse che uccise personalmente il Re nemico, Viridomaro. Claudio Marcello fu anche il conquistatore della Sicilia, guidando l’assalto romano alla città di Siracusa durante il quale perse la vita il celebre inventore, Archimede, facendo guadagnare a Roma il possesso dell’isola. La spada di Roma, perse la vita nel 208 a.C., nei pressi di Venosa durante uno scontro con la cavalleria punica di Annibale.

La Spada di Roma, moneta di Claudio Marcello
La Spada di Roma, moneta di Claudio Marcello

LA SPADA DI ROMA: GUERRA CONTRO I GALLI INSUBRI:

Ottenuto il primo consolato nel 222 a.C., Claudio Marcello, avendo come collega Gneo Cornelio Scipione, zio del più popolare “Africano”, venne subito impegnato nel conflitto contro i Galli Insubri, nei territori dell’odierna Lombardia. Assediata la piazzaforte di Acerrae, presso la moderna Pizzighettone, i romani ebbero la meglio anche nella successiva battaglia di Clastidium, odierna Casteggio, vittoria che spianò la strada per la conquista della capitale nemica di Mediolanum, odierna Milano. Durante lo scontro, Claudio Marcello si fregiò del grande onore di guadagnarsi le “Spoliae Opimae” ovvero le armi, l’armatura e tutti gli effetti del generale barbaro, Viridomaro, sconfitto personalmente  in duello, ottenendo in seguito il trionfo, annotato sui “Fasti Triumphalis” con queste parole:

«M. CLAUDIUS M. F. M. N. MARCELLUS AN. DXXXI
COS. DE GALLEIS INSUBRIBUS ET GERMAN
K. MART. ISQUE SPOLIA OPIMA RETTULIT
REGE HOSTIUM VIRDUMARO AD CLASTIDIUM
INTERFECTO»

GUERRA IN CAMPANIA E IN SICILIA:

Nel 216 a.C., dopo la tremenda disfatta di Canne, Claudio Marcello raccolse ciò che rimaneva di quell’esercito per condurlo in Campania, dove non riuscì ad impedire la caduta di Capua, ma protesse efficaciemente Nola e tutto il sud  di quella regione. L’anno successivo, dopo incerte vicissitudini, durante le quali Claudio Marcello, si allontanò dalla città per essere eletto proconsole in Campania, il forte generale fece ritorno nella Capitale dove ottenne facilmente il consolato,  in luogo del collega Lucio Postumio Albino, appena defunto, ma poichè secondo gli àuguri ci fu un vizio di forma nella sua elezione, ma soprattutto perchè mai prima di allora vennero eletti due consoli plebei, Marcello rinunciò alla carica per cedere il posto ad un altro grande personaggio della Repubblica romana: Quinto Fabio Massimo, che per primo diede molto filo da torcere alle scorribande di Annibale.

Nel 214 a.C., Marco Claudio Marcello, la spada di Roma, venne inviato come proconsole in Sicilia, per sedare la sommossa dei siracusani. Durante questo celebre assedio, che si prolungò per ben due anni, i romani dovettero confrontarsi con i marchingegni del matematico Archimede, che riuscirono a respingere ogni assalto. Tuttavia dopo ripetuti tentativi, le armate di Roma riuscirono ad aprire un varco nelle mura della città, conquistandola nel 212 a.C., nonostante l’aiuto portato dall’esercito punico. In questo frangente Marcello si servì dei siracusani che in prima battuta si erano uniti ai romani per convincere il resto della cittadinanza a desistere dal combattere e per impedire che una città così antica venisse data alle fiamme, una cosa molto importante per lui, grande amante delle lingua e della cultura greca. Durante il saccheggio della città Marcello risparmiò la vita di gran parte dei cittadini, tuttavia il celebre Archimede venne trucidato da un soldato che ignorava totalmente chi si trovasse di fronte, in seguito il generale romano deplorò tale atto, mettendo a morte il militare che si era macchiato di quel gesto sconsiderato. All’inizio del 211 a.C., il senato deliberò affinchè a Marcello fosse prolungato il suo proconsolato per poter terminare il conflitto, potendo contare, se fosse stato necessario, sull’aiuto delle legioni agli ordini del propretore Lentulo. Alla fine di quell’anno Marcello fece ritorno a Roma, accolto dal pretore Pisone e dall’intero Senato, radunati al tempio di Bellona, per presentare i risultati fino ad allora raggiunti. Qui il generale fece un preciso punto della situazione, nel quale elencava i dettagli della campagna militare che portò alla resa di Siracusa, dopo di che chiese che gli fosse attribuito il trionfo in virtù dei risultati ottenuti. Dopo questa richiesta, il Senato si ritrovò praticamente spaccato a metà, da una parte vi erano coloro i quali erano favorevoli a concederglielo, mentre dall’altra vi erano quanti sostenevano che il trionfo fosse prematuro, in quanto secondo loro il conflitto era ancora lontano dall’essere concluso. Alla fine si giunse ad un compromesso e a Marcello venne concessa per la prima volta nella storia di Roma, un’ovazione, ovvero una sorta di trionfo in tono minore, una pratica che da quel momento divenne molto comune negli anni a seguire.

La spada di Roma, statua di Marco Claudio Marcello
La spada di Roma, statua di Marco Claudio Marcello

GUERRA IN APULIA:

Nel 210 a.C., Tito Livio ci racconta che ci furono importanti problemi economici, specialmente per reclutare e stipendiare i rematori della marina. Risolti gli impedimenti con una prima un’auto-tassazione della classe dirigente, i consoli poterono così partire verso le province  a loro assegnate. Il conflitto che seguì vide impegnato Claudio Marcello ad espugnare l’antica città di Salapia, che precedentemente aveva rotto gli accordi con i romani per allearsi con Annibale. Le mosse puniche a quel punto lasciavano presagire un ripiegamento delle loro forze verso sud, così i due eserciti consolari, convogliarono le loro armate verso il Sannio, conquistando due avamposti nemici dove i punici avevano lasciato circa 3.000 unità come presidio. I romani ne ricavarono un ricco bottino, purtroppo reso vano da un’altra disastrosa sconfitta presso Erdonia, odierna Ordona; in questa battaglia persero la vita ben 11 tribuni militari, lo stesso console Fulvio Centumalo Massimo, non che diverse migliaia di legionari. Annibale dopo aver annientato l’esercito romano ne riuscì a saccheggiare anche l’accampamento, preferendo dare alle fiamme la città vicina piuttosto che occuparla, per poi guidare i suoi uomini presso Metaponto per paura che quell’importante insediamento passasse ai romani. La notizia di questa nuova disfatta e la perdita della città di Erdonia, non fece minimamente vacillare l’animo di Claudio Marcello che al momento dei fatti si trovava nel Sannio. Sprezzante di ogni rischio radunò i reduci della battaglia, dopo di che scrisse al Senato una lettera in  cui riportava la notizia della morte del suo collega al consolato, Fulvio, per poi avvisarlo della sua intenzione di dirigersi contro l’esercito punico per non dargli tregua e fiducia dopo la vittoria ottenuta, ma visti i precedenti a Roma si temeva già il peggio. Marcello così passò dal Sannio alla Lucania, ponendo il campo nei pressi di Numistrone, odierna Bella, in provincia di Potenza, proprio di fronte ad un colle dove nel frattempo si era accampato lo stesso Annibale. Lo scontro che avvenne in questa località terminò senza ne vincitori ne vinti,e i romani il giorno seguente preferirono raccogliere i loro caduti e accudire i propri feriti, ma giunta la notte, nel silenzio più totale, i cartaginesi tolsero il campo e si diressero vero l’Apulia. Con le prime luci del giorno, il console Marcello, una volta effettuate le ricognizioni del caso, lasciò un piccolo presidio per prendersi cura di chi era inabile alla marcia, e seguì le tracce nemiche. I due eserciti vennero nuovamente a contatto nei pressi di Venosa, dove per giorni avvenero più che altro risse disordinate, per lo più favorevoli ai romani, dopo di che le due armate vennero condotte verso l’Apulia senza più scontrarsi, in quanto Annibale spostava il campo durante le ore notturne, mentre Marcello lo seguiva durante il giorno.

Giunta ormai l’estate del 210 a.C., toccava a Claudio Marcello, come console più anziano, indire i comizi per le elezioni dei nuovi consoli per l’anno seguente. Visto però il suo impegno contro Annibale, il generale romano scrisse ancora una volta al Senato, pregandolo di non richiamarlo per non concedere tregua al condottiero punico. Il Senato si trovò così in difficoltà perchè le ragioni di Marcello erano più che valide, ma così facendo si rischiava di non avere consoli eletti per l’anno successivo. Al problema si ovviò richiamando  l’altro console, Marco Valerio Levino, dalla Sicilia, col rischio però di dover fronteggiare un’eventuale invasione cartaginese sull’isola. Informato dei fatti, Levino fece quanto doveva nel più breve tempo possibile per poter tornare in Sicilia quanto prima. In tutto questo il console Claudio Marcello, fu comunque costretto a rientrare a Roma per l’elezione del “Dictator” indicato dal popolo nella persona di Quinto Fulvio, dopo di che ritornò sui suoi passi per ricominciare la caccia ad Annibale.

LA SPADA DI ROMA, LA MORTE DI CLAUDIO MARCELLO:

A Claudio  Marcello per l’anno 209 a.C., venne confermata la conduzione delle guerra in qualità di proconsole. Senza indugi attaccò le truppe nemiche a Venosa, ma dopo una battaglia serrata fu costretto ad una ritirata precipitosa all’interno delle mura cittadine, un episodio che lo vide accusato per carenza di comando, costringendolo ad abbandonare i suoi uomini per andare a difendersi a Roma.  Nel 208 a.C., anno del suo ultimo consolato, durante una ricognizione, sempre nei pressi di Venosa, il suo reparto di cavalleria venne attaccato di sorpresa dai cartaginesi, e nello scontro che ne seguì, Claudio Marcello, che negli anni si guadagnò il soprannome di “Spada di Roma”, perse la vita. Rinvenuto il cadavere di un tanto onorevole generale nemico, Annibale, con grande rispetto e nobiltà,  ne fece cremare il corpo, depose le ceneri in un’urna d’argento e le fece consegnare al figlio. Di Claudio Marcello, lo storico Tito Livio, per primo, ne esalterà le imprese, soprannominandolo “La Spada di Roma”, mentre altri storici negli anni seguenti scrissero che Roma, con Marcello, perse uno dei suoi migliori generali e che in pochi avrebbero potuto eguagliare il suo impeto e la sua energia nel condurre le operazioni militari, non che uno dei pochi ad aver dimostrato di potersi battere con il grande Annibale.

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