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L’Imperatore Vitellio

Aulo Vitellio Germanico Augusto, meglio conosciuto semplicemente come Vitellio, nacque a Nuceria in Campania nel settembre del 15 d.C., e fu Imperatore di Roma dal 16 aprile al 22 dicembre del 69 d.C., come terzo sovrano durante il burrascoso anno dei quattro Imperatori dopo le violente morti di Nerone e Galba. Vitellio fu il primo Imperatore ad aggiungere al proprio “nomen” il “cognomen” Germanico in luogo di Cesare, un titolo non più molto popolare fra i cittadini a seguito delle azioni discutibili compiute da Nerone. L’ascesa al trono di Vitellio venne fortemente ostacolata dalle legioni stanziate in oriente che acclamarono come loro Imperatore Vespasiano, nel conflitto che seguì Aulo Vitellio venne sconfitto durante la seconda battaglia di Bedriaco, nei pressi di Cremona, perdendo di conseguenza quasi tutti i suoi seguaci, cosa che lo spinse ad abdicare in favore di Vespasiano nel tentativo di avere comunque salva la vita. Il suo tentativo fallì e il 22 dicembre i soldati fedeli al nuovo Imperatore lo uccisero per le vie di Roma.

Vitellio
L’Imperatore Vitellio

Vitellio, origini familiari:

Figlio di Lucio Vitellio, console e governatore in Siria durante il principato di Tiberio, non che Console per due volte durante il regno di Claudio, e della madre Sexitilia,  Vitellio aveva anche un fratello di nome Lucio. Per quanto riguarda le origini della Gens Vitellia, Svetonio ci riporta due versioni: nella prima viene riportato che la Gens Vitellia discenderebbe da antichi sovrani laziali, l’altra invece narra di come i Vitellii fossero genti di umili origini, originari dal ciabattino Cassio Severo. Svetonio scrive di come le due versioni molto diverse fra loro possano essere state messe in circolazione ora dai loro sostenitori, ora dai loro avversari politici, anche se va sottolineato che queste voci erano già note prima che Vitellio salisse sul trono di Roma.

Vitellio nacque a Nuceria Alfaterna, in Campania in data incerta (il 6 o il 24 ) nel settembre del 15 d.C.. Secondo Svetonio, Vitellio trascorse la sua giovinezza a Capri come uno dei giovani amanti dell’Imperatore Tiberio, cosa che, sempre secondo lo scrittore romano, avrebbe in parte agevolato la carriera politica del padre. Tuttavia le perversioni di Tiberio mai provate fanno si da rendere non molto verosimile questa versione che finirebbe poi per sminuire e vanificare gli sforzi del padre di Vitellio interpretati e tesi nel diventare un “homo novus” in cerca di affermazione. Negli anni seguenti il giovane Vitellio ebbe modo di stringere una forte amicizia col futuro Imperatore Caligola, con cui condivideva una forte passione per le corse dei carri, una passione che gli causò un incidente che lo costrinse a zoppicare per il resto dei suoi giorni. Nel 40 d.C. sposò Petronia dalla quale ebbe un figlio di nome Aulo Vitellio Petroniano, le fonti tradizionali ci raccontano di come suo figlio abbia poi tentato anni dopo di ucciderlo, ma essendo stato scoperto venne in seguito costretto al suicidio, una versione comunque sulla quale incombono numerosi dubbi. Intorno al 50 d.C., Vitellio sposò un’altra donna di nome Galeria Fundana, dalla quale ebbe due figli; un maschio di nome Germanico e una femmina il cui nome però ci è ignoto, ma convenzionalmente nota con il nome di Vitellia.

Nel 48 d.C., Vitellio fu console insieme a Lucio Vipsanio Publicola, e nel 57 e per gli anni successivi  fu sacerdote fra gli Arvali, nel 60 o 61 d.C., fu proconsole in Africa dove si disse che avesse adempiuto al suo compito con grande successo. Alla fine del 68 d.C., Servio Sulpicio Galba lo scelse fra lo stupore generale come comandante delle legioni stanziate nella Germania Inferiore, fra le quali si guadagnò il rispetto di soldati e subalterni.

Vitellio, ascesa al trono:

Non certo ambizioso e scaltro, Vitellio fu una persona pigra che amava molto banchettare, la sua ascesa al trono si deve in particolar modo a Cecina Alieno e Fabio Valente, comandanti delle legioni sul Reno, che organizzarono un vero e proprio colpo di stato militare, culminato all’inizio del 69 d.C., a Colonia Agrippinense (odierna Colonia in Germania), con la proclamazione di Vitellio Imperatore di Roma. Vitellio non fu mai riconosciuto Imperatore da tutto il mondo romano, tuttavia il Senato lo riconobbe ufficialmente e  gli attribuì i consueti onori,  il nuovo sovrano entrò così a Roma alla guida di rozzi soldati che trasformarono la città in un teatro di feroci massacri e stravaganti festività. A Roma giunse poi la notizia che le legioni della Pannonia e della Mesia avevano acclamato Imperatore Vespasiano, in poco tempo Vitellio perse gran parte dei suoi seguaci, e lui stesso, preso dal terrore avrebbe voluto rinuciare al suo titolo. La fine si approssimava velocemente, sempre Svetonio ci racconta di come l’inadeguato sovrano tentasse goffamente di organizzare le difese ma di come allo stesso tempo tentò di accordarsi con il fratello di Vespasiano, Flavio Sabino, per avere salva la vita. Poco dopo sui gradini del suo palazzo davanti ad una grande folla, Vitellio comunicò la sua intenzione di abdicare in favore di Vespasiano, per un titolo che in fondo lui non aveva mai desiderato, ma di fronte alle vibrate proteste del popolo e dei soldati, Vitellio si vide costretto a differire la questione al giorno successivo, lasciando passare la nottata. Alle prime luci del giorno l’Imperatore si ripresentò al popolo con abiti logori, singhiozzando le stesse parole pronunciate il giorno prima.

La morte di Vitellio
La morte di Vitellio

Vitellio, la caduta:

Vista la grande opposizione incontrata anche il giorno seguente Vitellio ebbe un’impennata d’orgoglio che lo spinse ad attaccare Flavio Sabino e i suoi seguaci che nel frattempo si erano asserragliati sul Campidoglio. Nel corso dello scontro il Tempio di Giove Ottimo Massimo venne dato alle fiamme e molti sostenitori di Sabino persero la vita. Poco dopo però, pentendosi per ciò che aveva fatto, convinse il Senato ad inviare alcuni ambasciatori e  alcune vergini Vestali per chiedere la pace, o comunque una tregua. Il giorno seguente alcuni esploratori gli riferirono che le avanguardie di Vespasiano si avvicinavano velocemente, Vitellio colto sempre più dal terrore si preparò alla fuga recandosi di nascosto in lettiga sull’Aventino con l’intenzione di raggiungere Terracina dove si trovava l’esercito di suo fratello Lucio. Tuttavia credendo ad una voce incontrollata che affermava che le sue richieste di pace fossero state accolte, Vitellio abbandonò i suoi piani di fuga per fare ritorno a palazzo. Ormai tutto era in abbandono, anche gli ultimi seguaci di Vitellio si erano ormai dileguati e le prime avanguardie di Vespasiano erano già entrate in città senza incontrare nessuna resistenza. Vitellio si rifugiò in una piccola stanza, come ci racconta Svetonio, barricandosi con un letto e un materasso. Il tribuno Giulio Placido fu il soldato che lo trovò ebbro di vino e pieno di cibo come non mai, vista la fine ormai vicina. Seppur non avendolo inizialmente riconosciuto, il soldato romano condusse Vitellio nel Foro, attraversando la via Sacra con le mani legate, un laccio al collo e le vesti strappate. lungo l’intero percorso Vitellio venne fatto oggetto di ogni ludibrio con gesti e parole mentre una punta di spada gli veniva puntata al mento e la testa tirata indietro per i capelli, come era in uso fare con i criminali. Fu quindi costretto a guardare i Rostri, mentre le sue statue venivano sistematicamente abbattute, venne quindi condotto alle scale Gemonie dove fu barbaramente trucidato sotto centinaia di colpi, tutto questo dopo poco più di otto mesi di regno. Le fonti dell’epoca ci tramandano che le sue ultime parole prima di essere trucidato furono: “Sì, io fui una volta il vostro imperatore”, secondo Cassio Dione la sua testa fu portata dai soldati in giro per la città. Vitellio morì insieme con il fratello e il figlio, all’età di 57 anni, o 54 come scrive Cassio Dione. Durante la sua breve amministrazione Vitellio aveva mostrato l’intenzione di governare saggiamente, ma fu completamente sotto l’influenza dei generali Valente e Cecina Alieno che lo indussero a una sequenza di eccessi che misero completamente in secondo piano le sue qualità.

 

 

 

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