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“Pecunia non olet!”

“Pecunia non olet!”, è una locuzione famosissima, passata alla storia grazie all’imperatore Vespasiano. La storia quasi sempre ci racconta le imprese di condottieri e imperatori, dei loro trionfi e dei monumenti da loro innalzati a memoria delle loro vicissitudini, o viceversa per le loro aberrazioni o infinite perversioni, come nel caso di Commodo o Eliogabalo. In tutto questo oggi vogliamo ricordare la storia di Vespasiano, un imperatore, fra i più importanti che Roma abbia mai conosciuto, ma che fu anche il creatore di un luogo, sia pubblico che privato, poco nobile, ma di incredibile importanza: la latrina, o per meglio dire, del denaro che da esse si poteva ricavare.

pecunia non olet, busto di Vespasiano
“pecunia non olet!”, busto di Vespasiano

“PECUNIA NON OLET!”, LA LOCUZIONE INVENTATA DA VESPASIANO:

Il nome di Vespasiano è indissolubilmente legato al più grande monumento della romanità, l’anfiteatro Flavio, o Colosseo, infatti, seppure i lavori del celebre monumento terminarono due anni dopo la morte dell’imperatore, il progetto iniziale era il suo, come il denaro per realizzarlo, reperito dal saccheggio del tempio di Gerusalemme, ovvero l’episodio conclusivo della guerra giudaica, avvenuto nel 70 d.C.. Il desiderio del saggio imperatore era infatti quello di restituire al popolo romano quell’area compresa fra i colli, Oppio Palatino e Celio, illegittimamente sottratta da Nerone per costruirvi la sua Domus Aurea, con la costruzione di un anfiteatro sontuoso, fruibile da tutto il popolo, e che sarebbe dovuto passare alla storia. Paradossalmente però il nome di Vespasiano, è ancora oggi fortemente legato alle latrine. Va detto che le latrine sia pubbliche che private erano già esistenti e in uso a Roma, e allora per quale motivo l’imperatore Vespasiano viene maggiormente ricordato per questo?

Per capire meglio la questione, è necessario fare un passo indietro, e tornare al 69 d.C., quando prima Nerone con tutti i suoi eccessi, e poi la guerra civile che nacque dopo la sua morte, portarono l’impero sull’orlo della bancarotta. Era dunque necessario ripristinare le malconcie casse statali, anche attraverso la creazione di nuove tasse, una di queste, promossa appunto da Vespasiano era la “centesima venalium”, ovvero una tassa indiretta sulla raccolta delle urine. C’è da considerare che nell’antica Roma, l’urina era un vero business, e usata in un certo modo era davvero utile per l’epoca. Ad esempio veniva utilizzata dai conciatori di pelli, e dai proprietari delle “fullonicae” che non erano altro che le antenate delle moderne lavanderie, tutto questo grazie all’ammoniaca che in essa è contenuta che, mischiata con la calce, grazie all’incessante lavoro degli schiavi, puliva le vesti o le aiutava durante i processi di tintura. Da quel momento in avanti, quindi,  chiunque facesse affari in quel campo, era tenuto a pagare una tassa allo stato, ed è certo che questa nuova impopolare misura abbia attirato sull’imperatore diverse critiche, o prese in giro, fino ad arrivare a situazioni piuttosto imbarazzanti, se persino lo stesso figlio di Vespasiano, Tito, rinfacciasse in più occasioni al padre di aver introdotto una tassa che lo stava rendendo sempre più deriso e impopolare di fronte a tutta la città.

Alla prima occasione utile, Vespasiano, secondo quanto ci tramanda Svetonio, prese una manciata di sesterzi derivanti dalle entrate della nuova tassa, e la mise sotto il naso del figlio Tito, domandandogli se quell’odore lo infastidisse. Alla risposta negativa del primogenito, Vespasiano, rispose che però erano proventi derivati dalla tassa sull’urina e quindi “pecunia non olet!”, ovvero il denaro non ha odore, una risposta che ha attraversato i secoli, esattamente come il nome di Vespasiano sia rimasto accostato alle latrine, e usata ancora oggi per sottolineare che qualunque sia la sua provenienza, il denaro è sempre denaro. Vediamo come Svetonio ci racconta questo curioso episodio:

“Al figlio Tito, che lo criticava perché aveva escogitato perfino un’imposta sull’urina, mise sotto il naso il denaro ricavato dal primo versamento, chiedendogli se era disturbato dall’odore; e poiché egli rispose di no: «Eppure», disse, «viene dall’urina». Quando certi ambasciatori gli annunciarono che gli era stata decretata, a spese pubbliche, una statua colossale, di non lieve costo, rispose che la erigessero anche subito e, mostrando il cavo della mano, disse che il «piedistallo era pronto».”

Vespasiano è passato alla storia anche per la sua avarizia, che tuttavia fu utile e  dovuta dopo gli anni di sprechi di Nerone, il che nel tempo si rivelò un grande pregio, anche perchè proprio grazie ad essa, sicuramente in parte dovuta alla sua estrazione e al lavoro paterno, riuscì in pochi anni a ripristinare le disastrate casse dello stato.

credits to:

https://www.ilfaroonline.it/2012/11/05/pecunia-non-olet-la-storia-di-vespasiano/72524/

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