Quinto Fabio Massimo

Quinto Fabio Massimo, detto il temporeggiatore
Quinto Fabio Massimo, detto il temporeggiatore
Quinto Fabio Massimo, detto “cunctator” il temporeggiatore, fu un politico e militare romano, nominato dittatore, durante la seconda guerra punica per contrastare le truppe di Annibale che da tempo davano filo da torcere a Roma sul suolo italico.

Appartenente alla “gens Fabia” ottenne il consolato ben 5 volte, nel 233 a.C., 228 a.C., 215 a.C., 214 a.C. e nel 209 a.C, fu inoltre nominato dittatore nell’anno 217 a.C.. Nipote di Quinto Fabio Massimo Gurgite e bis-nipote di Quinto Fabio Massimo Rulliano, partecipò senza lasciare tracce ai posteri alla prima guerra contro Cartagine, dopo di che ebbe una veloce carriera politica. Nel 233 a.C. ottenne il trionfo per la vittoria sui liguri, censore nel 230 fu ancora console nel 228 a.C. e una prima volta dittatore nel 221 a.C., nel 218 fece parte dell’ambasciata romana che reclamava i risarcimenti a Cartagine per aver saccheggiato la città iberica di Sagunto.

Quinto Fabio Massimo venne nominato dittatore per la seconda volta nel 217 a.C., esattamente dopo la disfatta romana avvenuta sulle sponde del Lago Trasimeno per mano cartaginese, divenne quindi la personalità più importante a Roma, e anche se le sue abilità militari non furono superlative, capì immediatamente con che nemico aveva a che fare, e intuì subito che tattica doveva adottare per contrastarlo. Cicerone disse di lui: “bellum Punicum secundum enervavit” (“snervò la seconda guerra punica”) Polibio invece racconta che: ” Fabio aveva deciso di non esporsi al rischio e di non venire a battaglia [con Annibale]. […] Inizialmente tutti lo consideravano un incapace, e che non aveva per nulla coraggio […] ma col tempo costrinse tutti a dargli ragione e ad ammettere che nessuno sarebbe stato in grado di affrontare quel momento delicato in modo più avveduto e intelligente. Poi i fatti gli diedero ragione della sua tattica. »

Fabio per prima cosa cercò di calmare e rialzare il morale dei romani, rese poi inespugnabile l’intera regione laziale, escogitando un piano che si sarebbe poi ripetuto diverse volte, evitare ogni contatto col nemico e rifiutare qualsiasi occasione si fosse presentata per schierarsi a battaglia in campo aperto. I romani spostando frequentemente il proprio campo da un altopiano all’altro, non davano la possibilità alla forte cavalleria numida di creare problemi, al contrario permetteva a Fabio e i suoi uomini di tenere costantemente sotto controllo l’armata nemica, catturando quando si presentasse l’occasione, eventuali sbandati e foraggiatori che troppo si erano allontanati, mettendo in seria difficoltà Annibale, sempre più costretto a fare affidamento sui suoi alleati italici.

A Roma questa tattica non piaceva affatto, Fabio fu accusato di viltà, inettitudine e persino di voler coscientemente prolungare la guerra contro Annibale, il malcontento di molti senatori montava sempre più minaccioso fino all’apice rappresentato dalla devastazione delle campagne in terra campana da parte dei cartaginesi, che salvarono, apposta per far accrescere l’odio verso Fabio, solo i possedimenti del dittatore.

Approfittando di una breve assenza dal campo di Fabio, il magister equitum Marco Minucio Rufo ottenne una piccola ma significativa vittoria sui cartaginesi, fu cosi che il tribuno della plebe, Marco Metilio propose la divisione dei poteri tra Fabio Massimo e Minucio Rufo, proposta che il Senato non tardò ad accettare. Fabio accettò la decisione presa, ma invece che accettare il comando a giorni alterni, come in verità era usanza, preferì dividere le forze a disposizione fra lui e il magister equitum, di questa divisione Annibale cercò subito di approfittarne, e in effetti quasi ci riuscì quando la metà dell’esercito affidata a Rufo cadde in una trappola tesa dai cartaginesi, e proprio quando la sconfitta sembrava cosa fatta, l’intervento di Fabio risolse la situazione a favore dei romani. Rufo che era persona onesta, capito l’errore commesso si dimise dal comando, ma Fabio Massimo, attento osservatore delle leggi, stabilì che la sua carica fosse terminata dopo sei mesi, esattamente come la legge prevedeva, questo anche per dare ai suoi successori un buon esempio da seguire.

Busto di Quinto Fabio Massimo
Busto di Quinto Fabio Massimo

Gli sviluppi della guerra contro Annibale, mutarono negli anni successivi, e Fabio Massimo non era più tra le personalità di spicco dell’Urbe, ricoprì tuttavia la carica di Pontefice nel 216 a.C., e fu eletto console ancora nel 215a .C. e nel 214 a.C., mentre nel 213 a.C. lo troviamo al seguito del figlio come “legatus”. Console nuovamente nel 209 a.C. inflisse un durissimo colpo alle armate cartaginesi andando a riconquistare Taranto.

Verso la fine della seconda guerra punica Fabio Massimo viene definitivamente accantonato dai nuovi generali più giovani e aggressivi, come Scipione, che al Temporeggiatore proprio non piaceva, ne disapprovava infatti la tattica sul campo, o probabilmente invidiava la sua supremazia politica, certo è che egli fu sempre contrario alla decisione di portare la guerra in terra d’Africa, anche se poi questa tattica si rivelò di successo. Fabio non potè mai ricredersi però perchè nel 203 a.C., più o meno nel periodo in cui Annibale lasciava l’Italia, la sua lunga vita terminò, nonostante fosse un ricco patrizio il popolo si assunse le spese funebri del loro “padre”, il “grande dittatore”, “colui che, da solo, con la sua prudenza salvò lo Stato”.

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