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Spedizione nell’Arabia Felix

La spedizione nell’Arabia Felix, avvenne negli anni 25-24 a.C., durante il principato di Ottaviano Augusto, quando il prefetto d’Egitto, Elio Gallo, fu mandato dal futuro primo imperatore di Roma, sulla costa peninsulare del Mar Rosso, allo scopo di proteggere le rotte commerciali della regione.

Spedizione nell'Arabia Felix, il porto di Aden, conquistato dagli uomini di Elio Gallo
Spedizione nell’Arabia Felix, il porto di Aden, conquistato dagli uomini di Elio Gallo

Già nel 29 a.C., il prefetto Elio Gallo dovette impegnarsi seriamente per reprimere un’insurrezione nel sud del paese, a capo di un esercito e creare una sorta di protettorato che comprendeva le zone della prima e della seconda cataratta del Nilo. Nella parte settentrionale della Nubia, venne quindi istituita una sorta di zona cuscinetto alla quale venne posto un “Tyrannus”, un sovrano che rispondeva direttamente a Roma.

Nel 25 a.C., prese corpo la spedizione nell’Arabia Felix, e fu lo stesso Ottaviano Augusto ad inviare Elio Gallo fino al ricco regno di Saba, con lo scopo di prendere il controllo di tutte le più importanti rotte commerciali, prendendo allo stesso tempo il possesso delle vie di comunicazione con il Golfo Persico. La spedizione si rivelò però molto più complicata del previsto, a causa del mancato aiuto di Silleo, capo della tribù dei Nabatei, che per proprio interesse personale, non fornì adeguate informazioni sui luoghi attraversati, e sulle strade da percorrere,  costringendo la colonna romana a soffrire oltremodo la sete e la fame. Come se non bastasse lo stesso Elio Gallo non fu immune da colpe, e nonostante gli Arabi fossero solo abili commercianti, per nulla capaci di  operazioni militari terrestri ne tantomeno marittime, non esitò a sfruttare le poche energie dei suoi soldati, per costruire circa 80 navi fra biremi e triremi, nonostante non ci fosse alcun  conflitto armato in atto. Accortosi dell’errore commesso nel far costruire inutilmente navi militari, Elio Gallo fece costruire altre numerose navi da carico, sulle quali imbarcò i 10.000 uomini della guarnigione romana d’Egitto, più altri contingenti alleati, fra i quali un migliaio di Nabatei e circa 500 ebrei inviati dal Re, Erode. Il viaggio si rivelò ben più diffcile del previsto e durò circa due settimane, durante le quali a causa delle grandi difficoltà di navigazione, molte navi insieme al loro equipaggio andarono perdute,  e al termine delle quali la spedizione romana giunse sulle coste arabe. Tutto ciò, come scritto in precedenza fu in gran parte causato dalle errate informazioni trasmesse dal capo degli alleati Nabatei, Silleo, il quale sostenne che non vi era nessun’altro modo di giungere fin sulle coste arabe per un esercito appiedato, se non con la navigazione, ignorando però volutamente le più lunghe, ma molto più sicure vie carovaniere che dall’Egitto raggiungevano Petra. il Re dei Nabatei, Obodas II, non curandosi particolarmente di faccende militari, lasciò carta bianca al capo della sua spedizione, il quale molto astutamente, con le sue false informazioni, si servì proprio dei romani, per esplorare nuovi territori, e lasciare che proprio questi ultimi avessero l’onere di assoggettare le città dissidenti, dopo di che, approfittando oltre modo di un contingente romano provato dalla fatica, e dalla sete, con l’aiuto dei suoi uomini si sarebbe posto come nuovo dominatore di tutta la zona. Il tradimento di Silleo diede fin da subito i primi risultati, infatti il prefetto Elio Gallo, una volta sbarcato sulle coste arabe fu costretto subito a fermarsi a causa di un’epidemia di scorbuto che colpì i suoi uomini, una sindrome che provocava dolorose paralisi a bocca e gambe, una sosta che si prolungò per tutta l’estate e inverno del 25 a.C., nell’ attesa di recuperare tutti i malati.

La spedizione nell’Arabia Felix, continuò l’anno successivo, quando la colonna romana riuscì a rimettersi in marcia, lungo le vie che portavano verso l’India, anche qui a causa dell’inospitalità dei territori attraversati, i romani furono costretti a trasportare la poca acqua raccolta sul dorso dei cammelli. La scarsa conoscenza delle guide sulle strade da percorrere, anche perchè corrotte da Silleo, fece si che ci vollero ben trenta giorni di faticoso cammino per raggiungere i territori del “Re dei Tamudeni”, un certo Aretas, parente di Obodas dei Nabatei, il quale accolse benevolmente i romani, omaggiandoli di numerosi doni. Il viaggio però era ancora lungo e i romani impiegarono altri 50 giorni per attraversare territori quasi completamente desertici fino ad arrivare ad un corso d’acqua, lungo il quale gli Arabi attaccarono seriamente la colonna romana. Tuttavia la loro inadeguatezza al combattimento e delle loro armi, fece si che si trasformò in una vera carneficina, e al termine della battaglia circa 10.000 arabi rimasero uccisi a fronte di soli due uomini fra i romani. Dopo aver conquistato due città, Elio Gallo lasciò un presidio in una di queste per assicurarsi un’adeguata fornitura di grano, per poi proseguire la marcia fino alla città di Marsiaba (attuale Ma’rib nello Yemen), che venne assediata senza successo per sei giorni. A quel punto Elio Gallo si rese conto che andare oltre era impossibile, anche perchè il tradimento di Silleo venne smascherato. Fu così che l’armata romana, ormai ampiamente decimata da scontri armati, sete e malattie, su ordine dello stesso Elio Gallo, invertì la marcia per far ritorno in Egitto. Il viaggio inverso venne funestato da qualche scontro armato, ma fu notevolmente più veloce rispetto all’andata, basti pensare che il viaggio durò in tutto 60 giorni a fronte dei sei mesi impiegati per raggiungere quei luoghi così lontani e inospitali. Giunti sulle coste del Mar Rosso, Elio Gallo predispose una nuova flotta per raggiungere prima Coptos e poi Alessandria d’Egitto, dove il traditore Silleo venne infine messo a morte per il suo piano sovversivo. Terminava in questo modo la spedizione nell’Arabia Felix, che raggiunse i territori dell’odierno Yemen.

 

 

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