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Il Lacus Curtius

Marco Curzio in sella al suo cavallo si getta nella voragine
Marco Curzio in sella al suo cavallo si getta nella voragine
La leggenda che racconteremo oggi parla del Lago di Curzio, il “lacus Curtius”. Questa leggenda ha come teatro il Foro Romano, ma di molto antecedente alla stessa edificazione di ciò che adesso vediamo come antiche rovine.
L’origine di questa storia viene datata pochi anni dopo la mitica fondazione di Roma, nell’insieme delle battaglie che videro affrontarsi Romani e Sabini dopo le vicende legate al famoso “ratto”. In quel periodo, l’area che oggi accoglie i resti dei Fori Imperiali, era una melmosa e insidiosa palude. Durante uno di questi scontri armati, il comandante Sabino, Mezio Curzio rimase invischiato insieme al suo cavallo, nei fanghi di questa palude, precipitando poi in un fossato melmoso. Il luogo dove cadde Mezio Curzio venne chiamato dagli antichi “Lacus Curtius” (il “lago di Curzio”). Tale fosso, successivamente alla bonifica dell’area, verrà riempito di terra e considerato sacro.

I resti del Lacus Curtius, ritrovato in alcuni scavi nelle zone più antiche dei Fori Imperiali.
I resti del Lacus Curtius, ritrovato in alcuni scavi nelle zone più antiche dei Fori Imperiali.

Prima degli sviluppi di questa leggenda sarebbero dovuti passare alcuni secoli, siamo infatti ora nell’anno 362 a.C., e il fossato dove incontrò la morte Mezio Curzio, si riaprì in una grande voragine improvvisamente, probabilmente a seguito della caduta di un fulmine, o di un terremoto. Questo evento fu letto come un segnale infausto degli Dei, ma la prima cosa che la popolazione ritenne opportuno tentare fu di riempirla con terra e sassi, ma visto che la fenditura sembrava senza fondo, rendendo inutili tutti gli sforzi, si decisero a consultare gli oracoli sul da farsi, la risposta fu chiara: per richiudere la voragine e placare l’ira degli Dei era necessario gettarvi all’interno ciò che di più caro era in possesso di Roma.
I cittadini subito presero a gettare nel fossato ogni tipo di dono e ogni tipo di ricchezza, ma i risultati furono del tutto insoddisfacenti.
Tra i soldati di cui Roma disponeva, vi era un giovane di nome Marco Curzio, senza dubbio il più valoroso di tutto l’esercito. Egli solo capì cosa aveva Roma di più prezioso, ovvero il coraggio dei propri soldati. “Noi riteniamo grandemente glorioso non l’oro e l’argento, ma le armi e il valore, io dedico agli Dei un giovane valoroso e delle armi”, con queste parole, secondo la tradizione, Marco Curzio indossò la sua armatura, si armò di tutto punto e montato sul suo cavallo si lanciò coraggiosamente all’interno della grossa voragine. L’ira degli Dei si placò, ed il fossato lentamente si richiuse.
Nell’estremo sacrificio dell’eroe romano, possiamo notare una sorta di compensazione della caduta che il suo predecessore sabino, della stessa gens, aveva fatto secoli addietro. Inoltre in questa leggenda possiamo trovare la memoria arcaica dei sacrifici umani, che certamente venivano praticati nell’area, in quelli che potevano essere considerati pozzi sacri.
La parte davvero curiosa di questa storia è che questo “Lacus Curtius” è stato realmente ritrovato nel corso di scavi in una delle parti più antiche del Foro Romano con tanto di antico rilievo marmoreo raffigurante il valoroso soldato a cavallo pronto a gettarsi nella voragine. Pare oggi accertato che il nome di questo sito “Lacus Curtius” sia stato assegnato dopo questo evento, e che nulla abbia che fare con il comandante sabino caduto secoli prima.

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