la conquista della Gallia

Portata a termine da Gaio Giulio Cesare dal 58 al 50 a.C. e da lui narrata nel “De bello Gallico”, la conquista della Gallia sottomise tutte quelle popolazioni delle regioni che oggi formano l’attuale Francia con l’ esclusione della parte meridionale, ovvero della Gallia Narbonense, già sotto il dominio romano fin dal 121 a.C..
Con l’appoggio degli altri due triumviri, Pompeo e Crasso, Giulio Cesare, alla guida di tre legioni, ottenne con la “lex Vatinia” il proconsolato delle province della Gallia Cisalpina e dell’Illirico per cinque anni, inoltre a favorire ancor di più la sua parabola ascendente, contribuì non poco la morte improvvisa del proconsole della Gallia Narbonense, cosa che gli permise di porre sotto la sua autorità anche quei territori, non che di aggiungere al suo esercito anche la sua fidata decima legione.

Cesare aveva bisogno di importanti vittorie militari in modo da costruirsi un suo potere personale da controbilanciare a quello che Pompeo si era costruito con le sue prestigiose vittorie ottenute in Oriente. In tal senso Cesare progettava una vasta campagna militare fino ad entrare nei territori occupati dai Daci che, dopo essersi riuniti sotto la guida di Burebista, avevano sottomesso i popoli che vivevano nell’ area su cui si estende l’attuale pianura ungherese, ma soprattutto avvicinandosi pericolosamente all’Illirico romano e all’Italia. Proprio quando questi eventi sembravano favorire i piani di Giulio Cesare, i Daci, forse per timore di una reazione romana, arrestarono la propria avanzata, volgendo altrove i propri interessi, vanificando un eventuale “casus belli” che avrebbe portato allo scontro armato, voluto dal proconsole romano.

Cessata così la minaccia dacica, Cesare rivolse il suo interesse alla Gallia e ai suoi popoli, già a quell’epoca frazionati fra loro. Sottomettere quei territori sembrava impresa assai più semplice rispetto alla Dacia, prima di tutto per la minore asprezza del territorio, e in secondo luogo perchè alcune fazioni di quei luoghi erano apertamente amichevoli ai romani, a Cesare ora serviva solo una scusa per varcare in armi quei confini.
Il pretesto per scatenare la guerra lo offrirono gli Elvezi, una tribù celtica stanziata nei pressi del lago di Costanza, che in quel periodo preparavano la loro migrazione verso regioni più occidentali, il passaggio di un intero popolo attraverso le province romane avrebbe senza dubbio causato tensioni e gravi danni, con il rischio di favorire lo spostamento di altre genti barbare verso altri territori. Un altro fattore di rischio era l’abbandono delle terre degli Elvezi che avrebbero finito per ingolosire le vicine e bellicose tribù germaniche.
Il Re degli Elvezi, Orgetorige, ben conscio della forza del proprio popolo, cercava alleati in tutta la Gallia, in quanto il suo piano non era solo quello di spostare il proprio popolo, ma anche di conquistare nuove terre. In particolare Orgetorige trovò appoggio presso Castico, Re dei Sequani e presso Dumnorige degli Edui. I tre insieme erano convinti di poter conquistare e regnare sull’intera Gallia.
Nonostante la morte del Re degli Elvezi Orgetorige, il piano delle tre popolazioni galliche rimase immutato e date alle fiamme le città, i villaggi e il frumento che non potevano portare con loro, si misero in marcia, dopo aver convinto anche i vicini popoli dei Raurici, dei Tulingi e dei Latovici a unirsi a loro.
Informato di ciò Cesare, si affrettò a raggiungere da Roma la Gallia Narbonense a tappe forzate, e giunse nei pressi dell’attuale Ginevra il 2 aprile del 58 a.C.. Il proconsole aveva bisogno di guadagnare tempo: disponeva in quel frangente della sola X legione, quindi di una forza troppo ristretta per respingere un popolo in marcia che stava per abbattersi sulla provincia con oltre 368.000 individui, di cui circa 92.000 in armi. Gli ambasciatori degli Elvezi si presentarono a Cesare chiedendogli il permesso di attraversare pacificamente la provincia. Il proconsole lasciò intendere che avrebbe preso in considerazione la richiesta, rimandando però la sua risposta di qualche giorno, cosa che gli permise di far costruire dalla X legione un muro alto 5 metri e lungo 28 chilometri, con una fossa antistante, che costeggiava il lato sinistro del Rodano, dispose inoltre numerosi presidi e fortini a intervalli regolari per poter sbarrare il passo agli Elvezi qualora avessero tentato di passare contro la sua volontà. Terminati questi preparativi, il 13 aprile Cesare negò l’autorizzazione al transito. Dopo numerose incursioni terminate senza successi, gli Elvezi si risolsero a più miti consigli, desistendo dal forzare la barriera alzata dai romani, chiedendo così ai Sequani il permesso di transitare pacificamente dai loro territori.
Allontanata così la minaccia Cesare avrebbe potuto desistere con gli Elvezi, ma i suoi programmi ben più ampi e ambiziosi fecero si che i romani, allertati dalle lamentele degli Edui per gli incalcolabili danni causati dal transito degli Elvezi, si scontrassero con questi ultimi presso il fiume Arar. Le legioni romane assalirono il nemico carico delle proprie salmerie, ancora intento nel guado del corso d’acqua, i morti tra le file dei galli di questo primo scontro furono innumerevoli. Dopo diversi giorni di inseguimenti e scaramucce varie i romani prevalsero nel famoso e decisivo scontro nei pressi di Bibracte, nei pressi del Monte Beuvray, e capitale degli Edui. In questa occasione Cesare sconfisse definitivamente gli Elvezi imponendogli di fare ritorno nelle loro terre d’origine. Secondo gli scritti di Cesare, tra le file barbare su 368.000 individui, ne sopravvissero circa 130.000.

Busto di Giulio Cesare
Busto di Giulio Cesare

I turbolenti anni successivi videro Cesare sedare le minacce costituite dai germani di Ariovisto e dalle tribù della Gallia Belgica, fino ad arrivare al 56 a.C., quando si sollevarono in una rivolta le tribù dell’Aquitania. Cesare tornato in Gallia verso la fine di aprile di quell’anno, non perse tempo a dispiegare il suo esercito su più fronti, in particolare: inviò il legato Tito Labieno ad est, nella Gallia Belgica, tra Treviri e Remi con buona parte della cavalleria per bloccare l’arrivo di possibili rinforzi germanici; incaricò Publio Licinio Crasso di sottomettere i popoli dell’Aquitania, con 12 coorti, inviò il legato Quinto Titurio Sabino con tre legioni e l’incarico di tenere lontane le truppe di popolazioni vicine che avrebbero potuto riunirsi fra loro, mentre lui in prima persona prese a marciare con le 3 o 4 legioni che gli restavano verso il territorio dei Veneti, veri promotori della sollevazione. Per la difficoltosa ubicazione dei principali villaggi di quelle genti, posti su piccole penisole di terra e promontori che li rendevano inaccessibili sia via terra, sia via mare, a seconda del livello delle maree, non fu semplice per i romani assediare ed avere ragione di quei popoli. Il tutto venne risolto da una cruenta battaglia navale presso la Baia di Quiberon nella quale le armi romane ebbero la meglio. Cesare in questa occasione fu davvero spietato, ordinando esecuzioni di massa e la riduzione in schiavitù dei galli superstiti, giustificato dal fatto che i barbari avevano violato il sacro diritto degli ambasciatori romani che durante un precedente incontro erano stati ridotti in prigionia dai barbari stessi.

Nel 55 a.C., Cesare venne impegnato nuovamente dalle tribù germaniche dei Tencteri e degli Usipeti, questi eventi lo costrinsero a varcare il fiume Reno con l’intenzione di compiere un’azione dimostrativa e intimidatoria che scoraggiasse i propositi germanici di invadere in futuro la Gallia, troppe volte infatti da quei luoghi partivano mercenari e alleati in appoggio alle più belligeranti tribù della Gallia. Gettato un lungo ponte di legno sul Reno, il proconsole passò prima nel territorio amico degli Ubi, poi deviò verso nord nel territorio dei Sigambri, dove per diciotto giorni compì devastazioni e saccheggi con una rapidità incredibile. Terrorizzati a sufficienza i Germani, decise di far ritorno in Gallia, distruggendo il ponte alle proprie spalle e fissando il confine delle conquiste della Repubblica romana sul Reno.
Il 55 a.C. fu anche l’anno della prima spedizione romana in terra britannica. Vista la penuria di informazioni riguardo le genti che popolavano l’isola, i porti in cui attraccare, gli usi e i modi di fare guerra di quelle genti, l’approccio non fu semplice, e dopo varie vicissitudini con alterne fortune, Cesare tornò in Gallia preparando tuttavia il suo ritorno che sarebbe avvenuto l’anno successivo. Nel 54 a.C., lasciato in Gallia Tito Labieno con tre legioni e duemila cavalieri a guardia dei porti, a provvedere al vettovagliamento ed a controllarne la situazione, salpò per la seconda volta da Portus Itius alla volta della Britannia con una forza militare più consistente di quella dell’anno precedente. Sbarcato senza particolari problemi si diresse prontamente verso i territori più interni, dove avvennero i primi scontri armati con le popolazioni locali. Dopo aver fatto ritorno alle navi per controllare i danni arrecati da una tempesta, Cesare tornò verso il Tamigi dove era il campo delle legioni, dove vide lo schieramento britannico capeggiato da Cassivellauno, pronto allo scontro. La battaglia fu molto dura e confusa, ciò portato dal modo di combattere dei Britanni che creavano molto scompiglio con i loro carri da guerra che usavano in ugual modo per offendere il nemico per poi prontamente ritirarsi, senza dar modo ai romani di poterli eventualmente inseguire. Cesare, deciso così a passare al contrattacco, condusse la sua armata fino ai domini di Cassivellauno, e attraversato il Tamigi attaccò il nemico, che si era appostato sulla riva settentrionale in mondo così improvviso che i Britanni furono costretti alla fuga, proseguendo poi le operazioni fino alla conquista di un castello nemico più a nord.
L’ultimo tentativo di Cassivellauno di attaccare il campo navale e le forze romane lasciate a presidio della costa si rivelò anch’esso un totale fallimento, tanto che il re fu costretto a intavolare trattative di pace con Cesare.
I Britanni furono costretti a sottomettersi, a pagare un tributo annuale ed a consegnare ostaggi al proconsole romano in segno di resa. Benché non avesse ottenuto alcuna nuova conquista territoriale in Britannia, era riuscito nell’intento di terrorizzare quelle genti, limitandosi a creare tutta una serie di clientele che avrebbero portato questa regione nella sfera d’influenza di Roma, oltre ovviamente ad essere stato il primo romano a coprirsi di gloria per aver attraversato con le sue legioni il Mare del Nord. Da qui scaturirono quei rapporti commerciali e diplomatici che apriranno la strada alla conquista romana della Britannia nel 43 d.C..

Gli anni successivi furono caratterizzati da un crescente malcontento all’interno delle tribù della Gallia, si respirava infatti aria di rivolta e tutto il Paese era in fermento. I primi segnali si ebbero già a partire dall’autunno di quell’anno, quando i Carnuti uccisero il re filo-romano Tasgezio, che Cesare aveva posto sul trono apprezzandone il valore, la discendenza e la devozione. Quando lo seppe, il proconsole, temendo una sollevazione generale del popolo dei Carnuti, decise di inviare Lucio Munazio Planco con la sua legione a svernare in quella regione. Pochi giorni dopo scoppiò improvvisamente una rivolta tra gli Eburoni guidata da Ambiorige e Catuvolco. Le truppe romane furono attaccate mentre erano intente a far provvista di legna fuori dal campo base, e gli accampamenti romani dei legati Titurio Sabino e Lucio Aurunculeio Cotta, furono completamente circondati. Le dispute sul da farsi tra i due comandanti in quel frangente furono aspre, la spuntò Sabino che suggerì come le legioni sarebbero dovute uscire in gran fretta per unirsi ai non lontani rinforzi comandati da Tito Labieno. L’errore fu fatale, e i galli, che meglio conoscevano quei luoghi surclassarono le forze romane che ne uscirono decimate. La vittoria dei Galli diede loro nuova forza e altre tribù si unirono alla rivolta. L’arrivo di Cesare, partito da Samarobriva con grande celerità, reperendo rinforzi lungo la strada, sbaragliò un forte contingente di galli costituito da almeno 60.000 unità. La rivolta tuttavia crebbe e nel 53 a.C., Cesare fu costretto ad arruolare altre due legioni, chiedendone una ulteriore a Pompeo, che in nome del bene della Repubblica acconsentì. Sedata prontamente con mossa fulminea una sollevazione della tribù dei Nervi, Cesare rivolse le sue armate contro i Treveri, gli Eburoni di Ambiorige ed i loro alleati. Separato l’esercito per provocare allo scontro in campo aperto Ambiorige e allo stesso tempo tenere a debita distanza gli alleati che avrebbero potuto dargli man forte, Cesare varcò per la seconda volta il Reno, principalmente per il motivo che l’ostile Ambiorige potesse trovarvi rifugio, una volta sconfitto. L’obiettivo principale di Cesare era la Gallia, e la difficoltà per il sostentamento
dell’esercito nelle fredde regioni germaniche consigliarono al proconsole di tornare sui suoi passi. Per Cesare era a quel punto opportuno rivolgere l’intera armata contro Ambiorige ed il popolo degli Eburoni. Il panico per l’avanzata romana portò l’intero popolo degli Eburoni a cercare rifugio nelle foreste e nelle paludi, inoltre inviarono a Cesare ambasciatori per pregarlo di considerarli amici del popolo romano. Cesare aveva in mente non solo di catturare il capo degli Eburoni, ma anche di sterminarli tutti, vendetta per le quindici sue coorti massacrate a tradimento nel corso dell’inverno precedente. La difficoltà del generale romano era riuscire a scovarli, poiché l’essersi dispersi e rifugiati ovunque nelle foreste e nelle paludi offriva loro una qualche speranza di difesa o salvezza. Il proconsole romano inviò ambasciatori a tutte le genti della regione affinché, con la promessa di un ricco bottino, fossero stati gli stessi Galli a rischiare la vita in quei luoghi angusti, e non i suoi legionari, ed a cancellare completamente quel popolo.
L’allettante premio scatenò la caccia e in breve tempo il territorio degli Eburoni venne praticamente raso al suolo e devastato.
Nel 52 a.C. la rivolta dei Galli ebbe il suo apice, scrive Cesare:
” a Vercingetorige, all’unanimità viene affidato il comando supremo. Ricevuto questo potere comanda a tutte le tribù di inviargli ostaggi […] ed un determinato numero di soldati, stabilisce la quantità di armi che ciascun popolo deve produrre entro una data certa, e si occupa soprattutto della cavalleria. A questo suo zelo affianca una grande severità nell’esercitare il potere […] ».
I preparativi per quelli che si annunciavano come gli scontri decisivi di tutta la campagna militare erano già in atto quando Cesare decise di muovere verso l’importante città dei Biturigi: Avaricum. Il generale romano sperava che, qualora fosse riuscito a conquistare una fra le città meglio fortificate e più ricche dell’intera Gallia, questo risultato gli avrebbe garantito la piena sottomissione di quel popolo. L’imponenente macchina da guerra romana mise sotto assedio Avaricum che dopo 27 giorni fu costretta a cedere, e quasi 40.000 abitanti furono trucidati. Vercingetorige a capo di un esercito molto più numeroso, convinto della sua tattica di guerriglia, più che di scontri in campo aperto, non pagò, il che lo costrinse a rimanere inerte mentre l’importante insediamento alleato veniva saccheggiato dai romani.
Nel frattempo Vercingetorige si era assicurato anche l’appoggio degli Edui, da sempre alleati di Roma, il che costrinse Cesare a dirigersi in quei territori per riprenderne il controllo, ma tornato prontamente sotto le mura di Gergovia, capitale degli Arverni di Vercingetorige, venne sconfitto dai Galli, più per un momento di vera indisciplina dei propri legionari, che per una vera superiorità. La vittoria dei barbari fu comunque del tutto effimera. Al termine di quei due giorni il proconsole decise di togliere l’assedio e di ricongiungersi. con le quattro legioni che aveva lasciato presso i Parisi sotto il comando di Labieno: riteneva infatti necessario compattare le forze ed affrontare il nemico prima che il malcontento si diffondesse all’intera Gallia. Cesare, unitosi a Labieno e alle sue legioni ad Agedinco, decise di riparare presso i vicini ed alleati Lingoni, rafforzando le sue truppe con reparti di cavalleria germanica mercenaria. L’attacco da parte di Vercingetorige fu immediato, ma lo scontro fu totalmente a favore dei romani, costringendo i galli a riparare all’interno delle mura di Alesia dove non ne sarebbero più usciti se non sconfitti in modo definitivo. L’assedio della città rappresenta uno dei momenti più alti dell’organizzazione militare romana e dello zelo del comandante romano nell’approntare in poco tempo una serie infinita di fortificazioni e trabocchetti, che non solo dovevano assediare la città ma dovevano difendere i romani stessi dai numerosi rinforzi nemici che già marciavano in soccorso di Vercingetorige e di Alesia. Infatti dopo circa un mese di lungo e logorante assedio, giunse lungo il fronte esterno delle fortificazioni romane un potente esercito gallico di circa 240.000 armati ed 8.000 cavalieri, giunto in aiuto degli assediati.

La resa di Vercingetorige
La resa di Vercingetorige

Per quattro giorni le legioni cesariane resistettero agli attacchi combinati dei Galli di Alesia e dell’esercito accorrente. Il quarto giorno, questi ultimi riuscirono ad aprire una breccia nell’anello esterno, ma furono respinti grazie all’accorrere prima del legato Tito Labieno, poi dello stesso Cesare, il quale riuscì a rintuzzare l’attacco nemico al comando della cavalleria germanica e delle truppe di riserva raccolte lungo il percorso. Il nemico gallico fu accerchiato, con un’abile manovra esterna. Era la fine del sogno di libertà della Gallia; Vercingetorige si consegnò al proconsole romano.
Dopo la vittoria, il Senato decretò venti giorni di festa in onore del proconsole, mentre Vercingetorige fu mantenuto in vita nei sei anni successivi, in attesa di essere esibito nella sfilata di trionfo di Cesare. E, come era tradizione per i comandanti nemici catturati, alla fine della processione trionfale fu rinchiuso nel Carcere Mamertino e strangolato.
I due anni successivi videro il generale romano protagonista nel sedare altre rivolte causate da tribù minori, che nulla avevano a che vedere con le sollevazioni di massa degli anni precedenti.
Da questo momento, i destini della Gallia e di Roma percorsero strade comuni: la Gallia andò, via via, romanizzandosi attraverso la costruzione di nuove città, strade ed acquedotti, con la fusione delle due culture in una unica.
La campagna finale di Cesare del 51 a.C., e la definitiva sottomissione dell'intera Gallia.
La campagna finale di Cesare del 51 a.C., e la definitiva sottomissione dell’intera Gallia.

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