
L’adozione, nel corso della storia romana, fu una pratica molto diffusa, in particolare per i giovani di sesso maschile. Radicalmente diversa da quella legale, l’adozione nell’antica Roma era strettamente connessa alla sfera politica e sociale, e permetteva, a chi ne faceva uso, di assicurarsi un erede e una sua discendenza diretta, garantendo quindi la persistenza della stirpe anche a chi non aveva possibilità di avere figli in modo naturale, o a chi non avesse avuto mezzi sufficienti a mantenerli.
Sul piano politico, l’adozione nell’antica Roma, esattamente come lo erano i matrimoni, era un sistema molto efficace per intrecciare relazioni d’interesse e di collaborzione, un meccanismo che conobbe il suo apice durante il periodo imperiale, durante il quale, diversi sovrani, scelsero il proprio erede, non per discendenza naturale, ma fra quanti avessero le migliori capacità di reggere lo Stato.
adozione nell’antica roma, cause:
Durante tutta l’epoca repubblicana, Roma si lasciò guidare da un ristretto numero di “gentes”, alle quali appartenevano gli stessi senatori, era dunque necessario per loro, mantenere viva la propria stirpe, affinchè le tradizioni e gli antichi valori, si potessero tramandare e conservare nel tempo. Molto spesso però, le famiglie erano veramente numerose, e non era sempre facile riuscire a garantirne il giusto sostenatmento, una figlia, per esempio, al momento del suo matrimonio, avrebbe dovuto ricevere una dote molto generosa, mentre i figli maschi dovevano avere tutti i mezzi economici per scalare i gradini del “cursus honorum”, e quindi di avvicinarsi alle candidature per le magistrature più importanti. Per queste ragioni, una famiglia media nella Roma di quel periodo, difficilmente contava più di tre figli, il che la rendeva generalmente sostenibile, ma d’altro canto la esponeva al rischio di non avere discendenti diretti, qual’ora i figli maschi fossero morti prematuramente, cosa che ai tempi succedeva piuttosto spesso. Proprio in questi casi, l’adozione, era l’unica soluzione possibile per ovviare al problema.
Spesso però l’adozione fu motivata anche da contingenti motivi politici, il che mette in risalto la scarsa considerazione morale che i romani avevano della famiglia, nella quale i figli venivano scambiati e utilizzati come pedine in uno scacchiere dove si giocavano gli equilibri del potere. In diversi casi infatti, l’adozione nell’antica Roma, aveva lo scopo di creare un’alleanza politica fra due famiglie di rango senatoriale, ,mentre in altri casi poteva determinare lo spostamento di interi patrimoni, non era infatti raro che un suocero adottasse il ricco genero, assicurandosi che tutti i suoi averi ricadessero sotto la sua tutela, una volta che quest’ultimo fosse rimasto orfano.
In epoca imperiale, l’adozione assunse anche altri connotati, non era inusuale infatti, che questa pratica venisse utilizzata anche da chi aveva già in modo naturale una discendenza diretta. Gli esempi più classici li troviamo durante il periodo della dinastia Giulio-Claudia, Augusto, venne adottato dal prozio, Giulio Cesare che ne fece il suo erede politico, lo stesso Augusto poi adottò Tiberio, figlio del primo matrimonio di Livia Drusilla, Tiberio, dopo la morte del figlio Druso, adottò il nipote Caligola, Claudio adottò il pronipote e figliastro Nerone, con la complicità della moglie Agrippina. In seguito poi si affermò il principio del “governo del migliore”, per tutta la durata del principato adottivo infatti, i sovrani che governavano col supporto del Senato, pur avendo figli naturali, scelsero come successori altre personalità che ritenevano più capaci e meritevoli di reggere lo Stato.
adozione nell’antica roma, aspetto legale:
Il potere di affidare in adozione un figlio era un aspetto del diritto romano sancito fra il 451 e il 450 a.C., quando vennero redatte le leggi delle XII tavole. Spettava quindi al pater familias concedere in adozione il figlio, che solitamente era quello maggiore d’età, oppure quello più in salute. Per chi adottava i costi erano decisamente alti, quindi di solito ci si affidava al ragazzo che prometteva meglio. L’adozione comportava che al giovane che cambiava casa andasse ad assumere lo stesso status sociale del nuovo pater familias, un giovane plebeo, adottato da un patrizio, sarebbe automaticamente diventato patrizio anch’egli, ma valeva anche il percorso inverso, con la differenza che la transizione dal patriziato alla plebe, doveva essere approvata dal Pontefice Massimo.
Talvolta chi dava in adozione un figlio poteva ricevere enormi somme di denaro, e non era un fatto biasimato dalla società, ne tantomeno veniva tenuto nascosto per timori di giudizi negativi, anche perchè questo atto, come abbiamo visto caratterizzato da forti ragioni politiche e di interessi personali, non comportava quasi mai un totale allontanamento dalla famiglia di origine, e quasi sempre venivano costruite per portare maggiori vantaggi, sia economici che in termini di visibilità, a tutte e due le famiglie coinvolte.
Un’altra pratica molto simile all’adozione era la situazione nella quale un uomo in fin di vita, decideva coscentemente di affidare i suoi figli sotto la tutela di un altro pater familias che se ne sarebbe preso cura. E’ il caso di Silla, che decise di affidare i suoi figli alle cure di Lucullo, oppure di Tiberio che lasciò in custodia al Senato i figli di Germanico, dei quali già lui si era già preso cura.

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https://it.wikipedia.org/wiki/Adozione_nell%27antica_Roma